Terni 1889, scontri per il centenario della rivoluzione francese

Il centenario della rivoluzione francese  andava celebrato come meritava. E così a Terni, il 5 maggio 1889, si tenne un meeting di appartenenti a circoli radicali e socialisti. Ottocento, secondo notizie riferite dai quotidiani dell’epoca. I radicali e i socialisti “reduci da un banchetto – si leggeva sul Corriere della Sera – avrebbero emesso grida illegali, per cui sarebbe avvenuta una colluttazione tra la forza pubblica, la truppa e i dimostranti”. Non si avevano particolari, ma si vociferava di alcuni feriti tra carabinieri, guardie e cittadini, “nonché alcuni ufficiali”. Sicuro però che erano state arrestate 43 persone. Una vicenda confusa: La Tribuna, ad esempio, riferiva di due carabinieri contusi, ma anche di parecchi operai feriti, Il Messaggero che v’era un “numero considerevole di cittadini, donne, vecchi e fanciulli feriti o contusi”. Il Fanfulla spiegava che il grido sedizioso era “Viva la rivoluzione sociale”, ed aggiungeva che erano feriti il capitano comandante la truppa e un maresciallo dei carabinieri, mentre un dispaccio da Perugia specificava che il capitano era stato aggredito da “individuo armato di stile alla svolta di un vicolo. Però rimase illeso”. Secondo l’Opinione il parapiglia era nato per l’arresto di 43 operai cui gli altri cercarono di opporsi.centenario

Il giorno successivo maggiori particolari furono forniti dal Popolo di Roma: dopo il banchetto di socialisti e repubblicani, che s’era tenuto fuori città nel bosco delle Grazie, “la comitiva stava rientrando a Terni”, quando a causa delle grida sediziose la forza pubblica intimò lo scioglimento del gruppo. Da lì lo scontro “nel quale rimase gravemente ferito il brigadiere dei carabinieri Pesaresi. Contro la truppa chiamata a dar man forte furono lanciati sassi dai quali rimasero feriti il capitano del 10. Fanteria, Cossiga, il capitano dei carabinieri Codignola e alcuni delegati”.

I “fatti di Terni”, meno gravi di quanto si credeva, furono usati per invocare leggi repressive più dure visto che, spiegava il Popolo di Roma, “agenti e militari di truppa soltanto sembra siano stati esposti a pericolo di vita, mentre i rivoltosi sanno anticipatamente che non verrà loro torto un capello”.

In Parlamento Francesco Crispi capo del governo e ministro degli Interni fornì la versione ufficiale e maggiormente aderente alla realtà: “Qualcuno aveva bevuto un po’ troppo – disse in sostanza – si procedette ad un arresto ma nessuno se ne accorse, ma poi un brigadiere fu accoltellato ed allora scoppiò il parapiglia con le forze dell’ordine che non avevano – rispondeva alle critiche – fucili con proiettili a salve, ma a palla”. Anche tra gli operai c’erano diversi feriti solo che, temendo l’arresto, evitarono le cure dell’ospedale.

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