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1861, nasce la Provincia dell’Umbria che s’allarga fino a Rieti

1861 nasce provincia dell'umbria

Nel 1861, il 18 marzo,  si riuniva per la prima volta il consiglio provinciale di Perugia, che poi era il consiglio provinciale dell’intera Umbria di oggi più una buona parte dell’attuale provincia di Rieti. E già allora, subito dopo l’annessione al Regno sabaudo, ci fu chi decretò che quella provincia era troppo piccola e quindi andava aggregata ad altre realtà territoriali. La stessa cosa si disse per le Marche, ma – forza della politica e della burocrazia – la soluzione che stava lì davanti a tutti non fu nemmeno percepita, e così invece di unire le due province ritenute piccole per farne una più grande, i “cervelloni” pensarono ad una soluzione per l’appunto cervellotica. Ossia: l’Umbria aggregata alla Toscana, le Marche all’Emilia, se però si fosse divisa l’Emilia dalla Romagna, altrimenti le Marche sarebbero state fuse con un pezzo di Abruzzo, che sarebbe stato diviso in due. Gira che ti rigira, rimaneva in mano un pezzo dell’Abruzzo, che era a sua volta troppo piccolo. Ed allora sposta di qua, sposta di la in una specie di tetris ante litteram, il tempo passava e il governo presieduto da Minghetti che l’aveva studiata così bene (si fa per dire) cadde.

1861 regno d'Italia
Il regno d’Italia nel 1861

E non se ne fece niente, Quindi: provincia dell’Umbria, con capoluogo Perugia, e, dentro, città che facevano le bizze. Spoleto rivendicava i riconoscimenti dovuti ad una capitale di un vecchio ducato; Orvieto voleva andarsene nella Toscana  o nel Lazio⇒; Rieti che sosteneva, ma io che c’entro con l’Umbria? E vai col tango.

Comunque sia non ci fu tempo nemmeno si rifiatare che arrivarono le elezioni. Qualcuno ha poi raccontato che per far votare la gente bisognava andare a stanarla da sotto il letto, tanto era l’interesse… Ma bisgnava pure che qualcuno li eleggesse i consiglieri provinciali, perché già non erano tanti coloro che avevano diritto di voto, se poi manco lo esercitavano, beh non era una gran bella cosa.

Pochi elettori perché il diritto ad esprimere la propria scelta su una scheda era stabilito per censo. Potevano votare solo gli uomini, intanto. I quali dovevano avrere  almeno 21 anni. E fin qui, via via. C’era però un altro requisito: poteva votare solo chi pagava almeno 5 lire di imposte dirette se abitava in un centro di meno di tremila abitanti; e poi si andava a salire: più grande era il centro abitato, più alta era la cifra  relativa alle imposte dirette versate. E per facilitare le cose s’era stabilito che se uno abitava in un paese tra i tremila e i diecimila abitanti per avere diritto di votare doveva pagare 10 lire; che diventavano 15 per i residenti di un centro che aveva tra dieci e ventimila abitanti; 20 lire per le città tra ventimila e sessantamila abitanti; 25 lire per i cittadini di centri con oltre sessantamia abitanti.  E fortuna che, per il voto amministrativo – che evidentemente era considerato meno “impegnato” di quello politico – non era richiesto di saper leggere e scrivere, altrimenti in Umbria, dove gli analfabeti nel 1861 costituivano l’84 per cento della popolazione, la falcidia sarebbe stata decisiva.

Fattostà che il 18 marzo 1861, il consiglio provinciale di Perugia, alias dell’Umbria, poteva riunirsi. A farne parte erano stati eletti molti di coloro che s’erano impegnati nelle battaglie (politiche e guerreggiate) del Risorgimento, per cui quello che si presentava a governare era un organismo di effettiva rottura colla precedente amministrazione. Tra i perugini c’erano uomini di provata “fede anticlericale”, come il sindaco Reginaldo Ansidei, che si abbigliava come un damerino ma che in gola aveva ancora – grosso così – il groppo della strage del 20 giugno, o come Francesco Guardabassi, Nicola Danzetta e Zeffirino Faina, tutti e tre condannati a morte –  a suo tempo – dal governo papalino; da Orvieto arrivava Giacomo Bracci, che era stato combattente volontario contro gli austriaci; da Terni Alceo Massarucci, un patrizio che s’era battuto a fianco di Garibaldi per liberare Roma.

Tutti personaggi che hanno lasciato il segno nella storia umbra e delle loro città. Massarucci⇒, che fu poi sindaco di Terni, promosse la diffusione delle reti idrica, elettrica e fognaria in città; Danzetta, a Perugia, fu colui che volle abbattuta la rocca Paolina⇒ per far posto alla statua di Vittorio Emanuele II a cavallo.